Foto di G. Cappelli
Protezione dei fondali
La principale missione dell’associazione è la protezione del mare e dei suoi fondali; questo scopo si realizza principalmente attraverso la promozione di forme di pesca sostenibile.
A tal fine, abbiamo protetto ampi tratti della costa della Maremma mediante la posa in mare di blocchi appositamente studiati per favorire il ripopolamento ittico e impedire il sovrasfruttamento delle risorse provocato dalla pesca illegale.
LA PROTEZIONE DELLA COSTA DELLA MAREMMA
Sin dal 2006 la Regione Toscana, su impulso di Paolo Fanciulli, avvia un progetto di protezione della Costa della Maremma mediante barriere di blocchi di cemento, che favoriscono il ripopolamento ittico e impediscono la pesca a strascico illegale.
Nel 2013 il progetto entra a far parte di un Protocollo d’intenti stipulato tra Regione Toscana, Provincia di Grosseto, i Comuni della costa e la Casa dei Pesci.
L’operazione è stata in parte realizzata, con la posa di alcune centinaia di blocchi nell’area evidenziata in giallo.
Nel 2024 l’associazione ha esteso verso nord l’area protetta, con la realizzazione — tra la foce dell’Ombrone e la spiaggia di Marina di Grosseto — di tre nuove barriere costituite da speciali blocchi di cemento, appositamente realizzati per il ripopolamento ittico.
Le barriere già poste in mare hanno realizzato una fascia di protezione, che va dalla spiaggia della Giannella alla spiaggia di Alberese. L’accrescimento della fauna ittica è stato testimoniato dal ritorno dei delfini nell’area.
Progetti futuri
I progetti per il prossimo futuro prevedono l’ampliamento della zona di protezione nell’area a nord della foce dell’Ombrone, particolarmente importante per la presenza di diverse specie ittiche che vivono tra l’ultimo tratto del fiume e l’area marina antistante.
Una pesca sostenibile dovrebbe:

rispettare l’ecosistema marino, evitando di danneggiare i fondali

adattarsi ai ritmi riproduttivi delle specie ittiche, in modo da mantenere un equilibrio tra riproduzione e catture, e assicurare la sopravvivenza di tutte le specie

usare metodi selettivi per ridurre le catture accessorie

evitare la cattura di esemplari sottomisura, di specie a rischio di estinzione o di specie prive di valore commerciale
La pesca a strascico di fondo (bottom trawling)
È un sistema di pesca nel quale il peschereccio trascina sul fondo una grande rete a sacco, appesantita sul bordo inferiore con pesanti zavorre, che cattura tutti i pesci presenti.
Essa comporta:

gravi danni all’ambiente (distruzione della posidonia e del coralligeno presenti sui fondali)

alta cattura accessoria (cattura di specie ittiche di scarso interesse commerciale)

alto rischio di sovrasfruttamento

inquinamento atmosferico dovuto alla liberazione dell’anidride carbonica intrappolata nel fondale marino
La pesca a strascico di fondo
è il sistema di pesca maggiormente utilizzato dalla pesca industriale nel mondo,
rappresenta il più importante investimento economico fatto dalle grandi aziende del settore della pesca,
ma
è un sistema di pesca poco sostenibile
quindi
è una tecnologia obsoleta che dovrebbe evolvere verso forme più sostenibili.
Per contenere l’impatto della pesca a strascico, sono state emanate diverse normative italiane ed europee:
Normative vigenti in Italia sulla pesca a strascico di fondo:
- dimensione minima della maglia della rete > 40 mm.
- distanza minima dalla costa > 3 miglia nautiche
- profondità minima del fondale > 50 m.
- rispetto dei periodi di fermo biologico
- divieto di pesca nelle aree marine protette
Pacchetto sulla pesca sostenibile – Commissione Europea 02/23:
- divieto di pesca nelle aree marine protette
- estensione delle aree marine protette sino al 30% delle coste europee (oggi 10%)
Tali normative sono oggetto di diverse contestazioni e a volte non vengono rispettate; la pesca a strascico di fondo viene ancora praticata
ILLEGALMENTE
a breve distanza dalla costa e/o nelle aree marine protette. Il problema si verifica anche sulle coste della Maremma e nelle aree marine protette dell’Arcipelago Toscano.
Foto di G. Cappelli
Foto di G. Cappelli
Fino al secolo scorso gli strumenti con cui l’umanità operava in mare erano sostanzialmente naturali… Vele, remi, corde vegetali, imbarcazioni di legno. L’impatto sulla vita subacquea era assolutamente insignificante e tutta la catena trofica aveva i suoi protagonisti in relativo equilibrio.
L’allegro assalto alle risorse ittiche, e non solo, comincia lentamente nel secondo dopoguerra e si intensifica progressivamente mettendo in atto imbarcazioni, motorizzazioni e tecnologie sempre più impattanti e, alla iniziale diminuzione dei prodotti, per aumentare o semplicemente mantenere redditi costanti, si rimedia aumentando gli strumenti e gli sforzi di pesca.
Di conseguenza, il capitale delle risorse, in relativo equilibrio da migliaia di anni, lo stiamo velocemente erodendo; in sostanza i lunghi tempi della vita del mare vengono aggrediti dai brevissimi tempi dell'economia di mercato.
La speranza di vita di molte specie marine supera i 20 anni e le dimensioni “commerciali” si raggiungono in natura in almeno 3-5 anni, cefalopodi a parte (circa 2 anni).
È necessario tutelare le specie più pregiate, che sono oggetto di pesca proprio nel momento più delicato in cui si formano i c.d. “montoni riproduttivi”. Istituire brevi periodi di divieto anche in piccole aree, solitamente note ai pescatori, permetterebbe di completare cicli riproduttivi a dentici, spigole, orate che oggi manifestano segni di sofferenza sia nella rarefazione che nell’appiattimento delle classi di età in dimensioni sempre più piccole.
Riportiamo a titolo di esempio il tasso riproduttivo della spigola secondo uno studio francese:

